Guida Illustrata della Valsassina di Fermo Magni (Lecco, 1904)

1. Magni

Fermo Magni, Guida illustrata della Valsassina, Magni, Lecco 1904 (ristampa anastatica 2008, Associazione Amici della Torre, Primaluna, a cura di Federico Oriani e Marco Sampietro).

Quest’anno l’associazione “Amici della Torre” di Primaluna celebra il trentesimo anno di fondazione con la ristampa anastatica della prima edizione (1904) della “Guida Illustrata della Valsassina” di Fermo Magni (1874-1935). Questo testo è particolarmente significativo, perché è una guida completamente diversa da quelle precedentemente compilate (Paride Cattaneo della Torre, Parlaschino, Brusoni ecc.): Magni, per primo, è stato esplicitamente votato a scopi turistici.

La biografia dell’Autore e gli approfondimenti storici realizzati da Marco Sampietro e Federico Oriani sono stati aggiunti in prefazione al testo, insieme ad una presentazione scritta dal presidente dell’associazione Flavio Selva.

Fermo Magni è quanto mai coinvolto nel descrivere la propria valle, definita “incantevole luogo”, poco valorizzata dai suoi schivi ma onesti ed ospitali abitanti. L’Autore si rende conto di quanto eventuali turisti fossero riluttanti a percorrere le carrarecce valligiane, da secoli in malo stato e poco sicure, soprattutto nelle ore notturne, tuttavia si sforza di delineare i percorsi più caratteristici ed affidabili (persino il ponte di Chiuso, noto per la sua superficie scoscesa, è definito “pedalabile”, così come il resto della provinciale fino a Cortabbio, dopo la manutenzione del 1887). Si riservano spazi pubblicitari per osterie, alberghi e imprese oltre a piccole ma puntigliose carte topografiche per i montanari in allegato. Come ben spiegato nel saggio introduttivo, nel 1926 il Magni si vide costretto a redigere un’altra guida, adattata alla grande trasformazione socio-ambientale recata dai villini per le vacanze: per la Valsassina questa fu la prima grande rivoluzione socio-ambientale dopo le invasioni barbariche di ben 1500 anni prima, a dimostrazione di una realtà montana isolata dalla frenesia dei tempi.

Nel suo viaggio, il Magni pone l’accento soprattutto su Introbio, suo paese natale, definito orgogliosamente e ragionevolmente “capoluogo inter vias”. Vi ricoprì tre mandati e mezzo in qualità di sindaco tra 1900 e 1914, per poi seguire il deputato Mario Cermenati, con cui fondò l’Unione Democratica Valsassinese nel 1906 (si dedicò più tardi all’attività di dirigente scolastico). Proprio il Cermenati lo stimolò a produrre una “guida diretta e completa” (e in appendice si trova proprio un trattato per “naturofili e naturalisti” steso di suo pugno, che sprizza deferenza verso lo Stoppani e rammarico per la poca cura nel registrare gli studiosi recatisi ai pie’ delle Grigne, da Plinio a Leonardo).

L’etimologia di Introbio è inter Orobios (popolo barbaro). Le radici del paese sono molto antiche e se ne ipotizza un’origine romana (pare vi risiedesse una guarnigione stabile) anche se sono ritrovati, come in altri paesi della Valle, resti funerari verosimilmente di epoca gallica (a testimonianza della ferma volontà dell’uomo di ogni epoca di portare con sé, anche nel sottosuolo,  frammenti di vita strappati alla vita). Nel corso dei secoli Introbio è stata il centro politico e civile della Valle: vi avevano sede il Pretorio e il Collegio dei Notai, come dimostra la lastra recitante Venerandum Collegium D. D. Notariorum Vallisne. In loco erano le carceri che ospitarono il giurista e letterato risorgimentale C. Francesco Ticozzi.

Introbio conobbe potere giuridico enorme sino al 1818, quando le giudicature vennero riconvertite in preture: la valle si trovò così divisa tra Bellano e Lecco (l’Autore cita al proposito la legge del marzo 1890). Ma agli inizi del ‘900 Introbio vantava servizi unici in zona per almeno altri 5 anni: il telegrafo (disponibile 10 ore al giorno); l’ufficio centrale della telefonia a cui facevano capo tutte le linee collegate alle botteghe degli altri paesi; la luce elettrica, gestita dalla Società Elettrica Valsassinese e dalla The Camisolo Mines Company; anche l’acqua sicuramente potabile non era certo diffusissima (e certo l’acqua corrente contribuì all’indennità al coholera morbus del 1836, insieme al voto alla Madonna di Biandino!): ma la Troggia, l’Acquaduro e il Pioverna sono ringraziati dal Magni per l’apporto decisivo fornito allo sviluppo industriale ed energetico (la cascata introbiese favorì l’approccio all’idroelettrico) e sono detti fonte di “ottime trote”, sicuramente non adulterate nel sapore e nella salubrità dagli odierni agenti inquinanti…. Dalla valle della Troggia giunsero però dal bergamasco, in più occasioni, truppe nemiche: le più celebri invasioni, oltre a quella dei lanzi nel 1629, furono quella dei 6000 Grigioni nel 1531 (tamponata grazie alla resistenza della torre squadrata eretta nel XI secolo e ancor oggi visibile), e le devastazioni recate nel 1636 dallo spietato duca di Rohan (durante la guerra dei Trent’anni i francesi puntavano a privare gli spagnoli del metallo valsassinese, utile alla fabbricazione di proiettili).

Sono ricordate dall’Autore anche le principali famiglie su cui spiccano Arrigoni (detti “Soccini”) e Tantardini. I primi furono potentissimi in tutta la valle, ghibellini, probabilmente originari di Vedeseta: spiccano l’ing. Giuseppe Arrigoni (autore delle Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe, edite nel 1840) e Leone Arrigoni, ambasciatore dei Medici di Firenze nei delicati equilibri dell’Italia cinquecentesca, travagliata dai diverbi tra papa, imperatore Carlo V e re Francesco I di Francia: a suggello dei successi diplomatici ottenuti, costui pretese l’istituzione di una messa permanente presso l’oratorio di S. Caterina (1536), in seguito ampliato da don Fumagalli. Per ciò che riguarda i Tantardini è da nominare Carlo, scultore nato nel 1677, che donò la Madonna alla nuova parrocchiale di S.Antonio Abate, “bella nel suo dolore”, segnata dal ritorno alla mimesi greco-classica, lontana dal “deforme manierismo” (la chiesa di s.Antonio ospitava anche dipinti riguardanti le tentazioni del santo eremita, tema caro ad artisti quali Bosch); un altro artista da considerare è M. Antonio Brugora, di cui resta solo un’iscrizione ai piedi di una Madonna dipinta in patria nel 1537. L’ultima chiesetta citata dall’Autore è quella di S. Michele che fu la parrocchiale dal 1406 (1406), famosa per il ritrovamento nel 1839 di una incomprensibile epigrafe (A-ATI-ONI-CIN-ED), oltre che per essere stata ospizio di fastidiose soldataglie, empie e rissose (in tarda epoca comunale ivi si azzuffarono i guelfi Inverni e gli Arrigoni, sedati dal podestà). L’Autore pone l’accento sul delicato venticello che accarezza il volto a coloro che percorrono la Via Crucis, dolce come l’abbraccio dei monti.

Gli abitanti sono lieti di aver “ospitato per il pranzo” il cardinal Monti in visita pastorale nel 1643. Posta in primo piano è anche l’egemonia economica introbiese (a metà ‘800 l’estimo censuario della Valsassina era di scudi 361.365, di cui 308.781 provenienti del distretto d’Introbio). Molto conosciute erano le due fiere (S. Michele, ultimo lunedì di settembre e S. Tommaso, terzo lunedì di maggio).

Il paese fu sempre terra brulicante d’affari, e Paride Cattaneo parla di “gran concorso di mercanzie di ferro, panni [spesso calandrati in mulino], vini [dalla Valtellina?], bestiame [molto del quale proveniente dal vicino Pasturo]”. L’attività siderurgica introbiese fu attivissima sin dai primi secoli d.C.: si estraevano galena,barite, piombo e Leonardo segnala a Cortenova “li edifitii della vena del rame e dello arzento”.

Nei primi del ‘900 era al massimo splendore la società The Camisolo Mines Limited ed erano pure presenti altiforni (tra cui quello ai piedi della Rocca di Baiedo), in cui si fondeva anche la materia prima proveniente dalla miniera di Val Gerola (abbandonata nel 1827). Il lavoro minerario permise al Governo di limitare l’emigrazione, trattenendo la manodopera e ripagando gli scopritori di filoni (val d’Abbio, Asinella, monte Varrone…) con somme dagli 80 ai 100 scudi.

Ma è parlando degli itinerari montani che il legame profondo dell’Autore verso i propri paesaggi esplode, con varie gite proposte: al Paradiso dei Cani (“una delle più belle cascate delle Alpi che ebbe l’onore di essere ritratta dal pennello di Carlo Gozzi, con spruzzi che tolgono il respiro”), allo Sprizzitolo, in val Biandino (dove nel 1664 fu eretta la chiesetta della Madonna delle Nevi, ricostruita nel 1947, dove ogni 5 agosto si tiene una sagra a ex-voto della sopraccitata indennità al colera), allo Zucco di Cam, al Pizzo dei Tre Signori, all’Alpe Daggio, al Pizzo Angelone, in Valtorta…; ogni meta è accompagnata dalla corrispondente rilevazione altimetrica, indice della sempre maggior ingerenza degli strumenti scientifici nelle iniziative di un uomo di cultura (è un processo che continua anche oggidì).

Per concludere, ritengo indispensabile sottolineare il sussulto che muove la mano del Magni nell’osservare ciò che lo circonda: egli vede “villeggianti che ridono quando il cielo è color del croco”, l’aria è sempre “fresca” (dato che attualmente appare inverosimile), ode “i muggiti delle mandrie “ e “le voci argentine delle pastorelle che raccolgono i fieni selvatici ravvolte nella viva luce delle giornate estive” (immagine che rievoca incredibilmente la donzelletta che vien dalla campagna fotografata dall’occhio critico e sensibile del Leopardi ne “Il sabato del villaggio”).

La Valsassina, insomma, non deve essere considerata terra dalla natura ostile, bensì deve regalare poesia, con i suoi “mille colori che danno alla valle la varietà che inebriando i cuori ci trasporta in alto, su nella luminosa sfera dell’ideale, verso l’infinito e l’eterno cui tanto si assomigliano le regioni pure e serene della montagna”.