La chiesa di Santa Maria Assunta in Taceno. Storia, arte, devozione, restauro, a cura di Marco Sampietro (Taceno 2013)

2. Taceno

M. Sampietro, La chiesa di Santa Maria Assunta in Taceno. Storia, arte, devozione, restauro, Taceno 2013

La chiesa di Taceno, quasi solitaria al sommo dell’abitato, conosciuta solo attraverso buone pagine di Andrea Orlandi redatte nel 1930, diviene davvero una testimonianza viva in questa opera di grande passione e gusto. Il recente restauro dell’edificio e dei suoi arredi ha offerto respiro a un’architettura ardita e nobile ideata da un capomastro nel 1740, un capomastro, quell’Antonio Cometti, che ha l’aria di un vero ingegnere-architetto e che ha tramandato la sua abilità a una delle importanti dinastie di costruttori del Ticino. Direi che il Cometti abbia qui creato il primo edificio neoclassico di tutta l’area lecchese. Da questa razionalità ha tratto forza anche la maniera di Giovan Maria Tagliaferri nella bellissima affrescatura della tazza, attuata con il figlio Luigi nel 1866, vergando nel papier di Mosè un curioso appunto sulla guerra vittoriosa in corso. Il Tagliaferri, originario di Pagnona, è anch’egli il capostipite di una nutrita colonia di pittori che hanno operato in tutta la regione, ispirandosi soprattutto al classicismo rinascimentale. E di Giovan Maria si propongono anche i dipinti composti nel 1857 per l’oratorio di San Giuseppe sede della confraternita del Santissimo, edificio disegnato dall’ingegnere Giuseppe Arrigoni e purtroppo in grave decadimento. Altri due artisti valsassinesi compaiono in questa chiesa, i premanesi Giovanni e Filippo Bellati, ai quali si attribuiscono rispettivamente le piccole tele della Via Crucis, ancora settecentesche, e gli affreschi del presbiterio, vagamente appianeschi. Negli sfondati laterali della parrocchiale sono state ricuperate scene frammentarie di alto livello, che, se non sono di Cesare Ligari, come penso, per la loro bellezza non possono che risalire a notevoli artisti, siano essi Romegialli o Torricelli. Poi vi è il complesso di arredi e di suppellettili, ugualmente posti in rassegna, a partire dall’importante statua dell’Assunta di primo Seicento entro la mandorla celeste retta dagli angeli; ma vi sono i confessionali intagliati e scolpiti, le balaustre marmoree, gli argenti, fra cui una croce tardoquattrocentesca e i vasi sacri settecenteschi donati dagli emigranti di Venezia, fatto tipico della valle del ferro, i cui maestri si indirizzavano alle officine e all’arsenale della città della laguna. Né manca il rapido ma succoso sunto dell’opera di restauro di Tiziano Villa e Daniela Lepori, la panoramica dell’intorno con le cappelle sempre settecentesche della Via Crucis e il monumento ai Caduti delle guerre e, naturalmente, una bibliografi a essenziale, che pare però esauriente. Un volumetto in definitiva gradevole, chiaro, come pochissimi se ne vedono, esempio, si spera, di altre simili riscoperte.