- AMICI DELLA TORRE - V.le Umberto I Cortabbio di Primaluna (LC)
 
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Mostra estate 2011 

GIOCANDO S’IMPARA

Giochi e giocattoli di un tempo in Valsassina

Scuola Primaria di Primaluna

Inaugurazione: venerdì 12 agosto alle ore 21

La mostra rimarrà aperta da sabato 13 a mercoledì 17 agosto 2011 dalle ore 16 alle ore 22.

Mercoledì 17 agosto dalle ore 16 alle ore 18 laboratorio per bambini e ragazzi “Giocare con poco” a cura del Museo Etnografico dell’Alta Brianza di Camporeso (Galbiate)

 Ingresso libero 


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LE IMMAGINI DELLA MOSTRA

Un, due, tre... stella! Tuffo nel passato 
grazie agli Amici della Torre

Scritto da: Fernando Manzoni - 13/08/2011 articolo di valsassinanews

Un, due, tre... stella! Tuffo nel passato <br>grazie agli Amici della TorreUna vera folla ha presenziato ieri sera nei locali delle scuole elementari di Primaluna all'inaugurazione dell'undicesima mostra culturale organizzata dall'Associazione Amici della Torre. Tanti giochi e giocattoli presenti nell'esposizione.

L'argomento dell'edizione 2011 sembra essere molto attraente: i giochi di una volta. Presenti in sala per l'inaugurazione dell'evento il presidente dell'associazione Marco Sampietro che ha ringraziato tutti quelli che hanno fatto possibile la realizzazione della mostra, il sindaco di Primaluna, Mauro Artusi che si è congratulato con gli organizzatori e ha ricordato che in questi anni la cultura a Primaluna ha fatto passi da gigante grazie al contributo sempre attivo dell'associazione culturale e ringraziando per questo gli ex presidenti Invernizzi e Selva.

Dopo l'intervento di Lucio Motta, Rosalba Pensotti e Pirovano, si è passati ai fatti col taglio del nastro che ha ufficialmente aperto al pubblico la rassegna di giocattoli, giochi e ricostruzioni di spazi dedicati ai bambini di una volta.

Sorprendente il numero di partecipanti, le sale si sono subito riempite di pubblico che cercava, come ha detto Lucio Motta nel suo intervento, la poesia, la nostalgia e i ricordi di un passato che forse non c'è più. 

Percorrere i corridoi con foto d'epoca, fermarsi nei saloni pieni di giochi e giocattoli o guardare le videointerviste realizzate dagli organizzatori, è come entrare nella galleria del tempo e viaggiare indietro negli anni dell'innocenza.

Fionde, cavalletti di legno, bambole, un mondo di magia da conoscere e apprezzare in tutte le sue prospettive: la mostra rimarrà aperta fino al 17 agosto e si potrà visitare dalle 16 alle 22.

 

Mostra inaugurata!

 

Il "tirasass"

 

Le bambole di una volta

 

A giocare in taverna

 

Flipper di biglie

 

Slittino di legno


I TESTI DELLA MOSTRA

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PRESENTAZIONE

 

Nella società tradizionale il gioco era spesso considerato un’attività improduttiva, un lusso, perché era visto come una perdita di tempo ed in questo senso era contrapposto al lavoro. Ma non è così: giocando s’impara. Da Quintiliano (I sec. d.C.) in poi, come ci insegna la pedagogia moderna, è nel gioco che viene individuato il perno della formazione del bambino, per il suo sviluppo sia cognitivo sia affettivo: oltre ad imparare a stare insieme, i giochi, infatti, favoriscono lo sviluppo di capacità come la rapidità, la forza, la resistenza, la memoria, l’abilità, l’ingegnosità, l’equilibrio, la coordinazione tra vista, udito e movimento.

 

 

I GIOCHI DEI PICCOLI

 

Un tempo per giocare, a differenza di oggi, non c’era necessariamente bisogno di giocattoli: si giocava a nascondino, a bandiera, a mondo o ai quattro cantoni.

Si utilizzavano spesso le risorse che c’erano a disposizione nei luoghi della vita quotidiana.

Gli strumenti erano quasi sempre oggetti d’uso comune come il fazzoletto per la bandiera, la corda per saltare ecc. Si giocava alle biglie (céck) – un tempo di terracotta e poi di vetro –

Un altro gioco assai diffuso, spesso immortalato sulle rare fotografie d’epoca, era quello del cerchio che veniva recuperato da vecchie biciclette: lo si faceva correre in equilibrio nei cortili e lungo le stradine del paese con l’ausilio di un bastone oppure di un ferro con la testa a forma di U, che serviva a guidarlo nello slancio. Il gioco consisteva nel mantenere in piedi il cerchio, correndo anche su terreno accidentato, il più a lungo possibile.

Con due pezzi di legno si giocava alla lippa (lìpa e lipìin), una specie di baseball ante litteram. Un gioco caratteristico era la cavra.

Tra i giocattoli si possono ricordare gli strumenti di lavoro in miniatura, come piccoli gerli, a cui si potrebbero aggiungere carriole, carretti, piccole slitte, ma anche pentolini per la cucina, scope ecc., che servivano quotidianamente per i lavori degli adulti (agricoli, artigianali, domestici o familiari), lavori con i quali i più piccoli dovevano imparare a familiarizzare, in vista delle occupazioni che sarebbero toccate loro da adulti.

Certi giocattoli, poi, venivano realizzati dai ragazzi con i materiali che si trovavano in campagna, con materiali vegetali (fionde o tirasass, spade di legno, sciopèt) e con i noccioli di pesche o albicocche o anche con noci e nocciole.

D’inverno si andava a sciare con uno slittino (lisèt) sulla neve, nei prati.  

 

 

 

I GIOCHI DEI GRANDI

 

Giocavano anche gli adulti, in genere erano solo uomini. Si giocava per lo più all’osteria, la domenica pomeriggio o nelle giornate festive legate al calendario religioso. I giochi più frequenti erano quelli delle carte: tresette, briscola e briscolon, scopa liscia e scopa d’assi, Mariàna e scopone. Molto diffusa era la morra (mora), in cui prontezza, coordinazione tra la mano, gli occhi e la parola, oltre alla fortuna, determinavano l’esito della partita, a cui seguiva il consumo del mezzo litro di vino pagato da colui che perdeva. Il gioco fu vietato negli anni ’50, come altri giochi d’azzardo, a causa dei sospetti di imbroglio e dei conseguenti violenti litigi.

Si giocava anche alle bocce (boc) – un tempo di legno e poi in materiali sintetici – su “viali” in terra battuta generalmente all’aperto.

Gli adulti gareggiavano in gare come la scalata all’albero della cuccugna, la corsa coi sacchi, il tiro alla fune, che accompagnavano le feste patronali, le sagre e le fiere commerciali.   

 

GIOCHI PROIBITI

 

Tutti gli Statuti medioevali del territorio di Lecco forniscono indicazioni molto precise sulle norme che regolavano la legislatura sul gioco, in particolare quello d’azzardo, che era vietato ovunque. I giochi più gettonati erano quelli coi dadi, detti ora taxilli, ora zara, ora besulle, ora piadele, ora ossole, ora bizazora ecc. In generale, erano previste punizioni non solo per chi teneva le bische e partecipava ai giochi, ma spesso anche per chi forniva i mezzi per il gioco (taverniere o altri) o i soldi necessari, per chi assisteva segnando i punti o facendo da giudice o solamente per i semplici spettatori. 

La proibizione era di carattere religioso: il buon cristiano non poteva affidarsi alla fortuna e all’azzardo. Venivano perciò distinti tre tipi di gioco: quelli di sola fortuna, assolutamente proibiti, quelli in parte di ingegno e in parte di fortuna e infine quelli soltanto d’ingegno, che erano permessi. Probabilmente vi erano anche motivazioni meno filosofiche: con tali proibizioni si volevano evitare anche eccessi nel bere e bestemmie.

I divieti non erano comunque assoluti. Se rispettavano certe regole, alcuni giochi potevano essere permessi, in special modo le tavole e gli scacchi. Particolare tolleranza poteva essere esercitata in certi periodi dell’anno, come a Natale o Pasqua, purché ci fosse il via libera delle autorità.     

In Valsassina e a Lecco, ad esempio, erano vietati tutti i giochi, a parte gli scacchi, mentre a Dervio veniva concesso di giocare in particolari occasioni: a Pasqua, a Natale e per un matrimonio, durante un periodo di tre giorni stabiliti dal Comune. Probabilmente si conservava un’antica usanza collegata alle grandi feste religiose e popolari, sopravvissuta nonostante le successive restrizioni.

 

Dagli Statuti della Valsassina (1388)

Divieto di giocare (art. 39)

Nessun oste o taverniere o altra persona della Valle e dei Monti osi permettere che nella propria casa o abitazione si giochi ai dadi (ad aliquem ludum taxillorum) o alle bizazore (ad bizazoras) o ad altro gioco con cui si vinca o si perda denaro o beni. In caso contrario chi avesse permesso di giocare di giorno sia multato di 10 lire di terzoli e di altrettanto siano multati i giocatori sia al chiuso sia all’aperto in qualsiasi luogo della Valsassina e dei Monti; chi avesse solo gestito il gioco sia multato di 5 lire di terzoli, mentre coloro che avessero gestito il gioco, nel caso si fossero scambiati di posto con giocatori, siano multati di 10 lire di terzoli. Se il gioco fosse avvenuto di notte tutte le multe siano duplicate; allo stesso modo le multe siano duplicate per chi avesse giocato in una Chiesa o in un Cimitero delle Chiese della Valle e dei Monti. Le somme ottenute dal gioco siano consegnate alla Comunità della Valsassina e dei Monti; il Rettore sia tenuto con ogni mezzo a costringere il vincitore a consegnare quanto vinto nelle mani del Tesoriere maggiore della Comunità della Valsassina e dei Monti.

 

QUANDO GIOCARE ERA PECCATO

 

Tra i “casi riservati”, cioè tra quei peccati gravi che potevano essere assolti unicamente dal vescovo, da un suo delegato o in particolari tempi liturgici, figurava anche il gioco, come attestano alcuni casi conservati nel Carteggio Ufficiale degli Arcivescovi di Milano (ASDMi, Cu, sez. IX).

 

Qualche caso della Diocesi di Milano

Il prevosto di Locate, vicario foraneo, al vicario generale (31 luglio 1592): “Pochi giorni fa mi fu riferito Horatio chierico di Campo Morto haver giocato qui nella piazza della pieve publicamente con darsi alle carte. Mi vien ancora detto havervi giocato due altre volte, non senza scandalo di questo populo et dicono ancora haver promesso alli compagni che ogni volta che passerà di qua si lasserà vedere per continuare in tal vitio …” [Fate una buona monitione al chierico di Campomorto in nome mio et che nella prima congregatione del clero della vostra pieve stia per spatio di un’hora in ginochioni in chiesa in mezzo et alla presenza del clero con le braccia aperte … et dopo finita la congregatione faccia con la lingua una croce in terra longa per ogni verso quattro palmi, et poi la bacij in tutti i capi chiedendo perdono al Signore et a tutto il clero del scandalo che ha dato in giocar publicamente et parlar come ha fatto, et poi farete notar questa penitenza in scritto apertis verbis et caso che non voglia fare et accettar questa penitenza li comandarete sotto quella pena …] (vol. 62, q. 7, f. 4r).

 

Antonio Frigerio, parroco di Pozzolo, al vicario generale (2 novembre 1587): “Havendo alli giorni passati interdetti dalla s.ta Chiesa forsi dodeci huomini per haver loro giocato publicamente nel hosteria in giorno di festa mentre si diceva il vespro nella mia chiesa parochiale …” [Si concede licenza di relassare dall’interdetto in forma solita con penitenza salutare et promessa di non incorrere più] (vol. 63, q. 5, f.5r).

 

Il prevosto di Busto a mons. Morra (27 gennaio 1587): “Ho interdetto dall’ingresso della chiesa un Cesare di Pozzo di questa terra per haver giocato a carte publicamente in giorno di festa, il quale oltre a testificare che non fu cosa di scandalo ne chiede anchor perdono …” [Conceditur facultas oportuna absolvendi impositam poenitentia salutari et publica se delictum sit publicum ac pecuniaria, si sibi videbitur et cum promissionis iurata similia …] (vol.63, q.21, f.2r).

 

Baldassarre Carcano, parroco di Inveruno, al vicario generale (24 maggio 1589): “Ho interdetto dalle chiese Gio. Maria Garella e Francesco Hoviare della mia cura per havere giocato alle carte in publico in giorno di festa …” [Conceditur media promissivo non contraveniendi in posterum sub pena] (vol.72, q.18, f.1r).

 

Antonio Basadonna, provicario di Locate, al vicario criminale (s.d., ma 1593): “Ho interdetto dalla mia chiesa un hoste et doi altri li quali con giuochi di carte et altre mercantie hanno violato la festa. Hora desiderano essere assoluti …” (vol.75, q.12, f.1r).

 

Francesco Consonni, parroco di Paderno (Brivio) al vicario generale (31 gennaio 1606): “Ho interdetto dalla s.ta Chiesa alcuni giovani che giocavano nel tempo de divini officij et doctrina christiana … però essendosi riconosciuti nell’errore con promissione di obbedire nell’avvenire, prego a SSR.ma a concedermi facoltà d’assolvergli …” (vol.98, q.9, f.6r).

 

Qualche esempio valsassinese

 

1581,  dic. 15, Introbio.

... Quel Gio. Antonio Gualtereto, interdetto da me, di cui ne scrissi a V.S. sotto 27 agosto passato, con aviso delle sue male qualità, de giocco, et che attende a male compagnie, et consuma il tempo, si presenta dal sig. vic. for. ... et se gl’offrisse la liberatione, promettendo per publico istrumento, o giuramento de astenerse da cotesti vicii ... se vuol concedere facoltà di liberarlo ... Giovanni Antonio Arrigoni (ASDMi, CU, sez. IX, vol. 43, q. 5, c. 1).

 

Il parroco di Pasturo al vicario generale (20 maggio 1584): “Nella mia cura di Pasturio vi è uno Giovanni Sciavatino di Valsesia, qual l’anno passato ha mandato al hospitale duoi figli hauti da adulterio, homo di mali costumi, giocatore, vagabondo, …, dato a mille vitij, non vi è giovine che lui non cerchi di pervertire, quando è alla Pasqua va in Valsesia a confessarsi, et comunicarsi porta sempre la fede sempre con poco frutto, et emendatione …” (ASDMi, CU, sez. IX, vol. 60, q. 11, f. 5r).

 

 

IL “TITERLAC”

 

Il silenzio delle campane il giovedì santo

Il giovedì santo, intonato il Gloria in excelsis, si suonavano le campane a festa, dopo di che venivano messe a tacere fino al Gloria della messa di resurrezione al sabato santo, quando si “scioglievano” dopo essere state mute per tre giorni. Il suono delle campane all’esterno, dei campanelli e dell’organo all’interno delle chiese era, talvolta, accompagnato da scariche di fucili e da scoppi di razzi e mortaretti e serviva per celebrare nel segno della resurrezione la vittoria della vita sulla morte, di Dio sul demonio, del nuovo sul vecchio anche nei più piccoli fatti quotidiani. Nel triduo sacro le campane delle chiese venivano infatti legate e per avvisare sonoramente l’imminenza di una funzione religiosa venivano incaricati dei bambini con vari ingegnosi strumenti di legno, come i crepitacoli e le raganelle, dai quali traevano un gran baccano per imitare gli schiamazzi dei Giudei. Ve ne erano di due tipi: “a mano” e “da appoggio”. I crotali “da appoggio” erano concettualmente simili a quelli “a mano”, ma dagli effetti sonori più potenti. Alcuni di questi oggetti sono visibili nelle raccolte etnografiche comunali valsassinesi (Premana e Primaluna) e nel museo parrocchiale di Barzio.

In dialetto questi ingegnosi strumenti di legno erano detti titerlac (Primaluna e Cortenova) o scigàle (Premana), formati da un martelletto di legno che, battendo ritmicamente su di un asse, davano un suono secco. I ragazzi facevano il giro del paese col titerlac per annunciare il mezzogiorno e le funzioni religiose. L’ultimo giro si faceva il sabato mattina, per l’Ave Maria; poi, dopo l’annuncio della Resurrezione, si poteva tornare al suono, certo  più piacevole, delle campane.

 

 

“Cecco l’imbriacone” ovvero la piaga dell’alcolismo

 

Quella dell’alcolismo era ed è purtroppo una grave piaga sociale, causa di non pochi guai a chi ne viene afflitto. Basti pensare, tanto per fare un esempio, al povero Renzo che, nel XIV capitolo de “I Promessi Sposi”, dopo il “tumulto di San Martino”, infervorato dai fatti e arso dalla sete, ingolla un bicchiere di vino dopo l’altro, e, in vino veritas, parla e straparla dei fatti suoi e del sistema per migliorare il mondo.

Nel 1897 la Tipografia e Agenzia arcivescovile “Il Resegone” (che proprio quest’anno festeggia il 125simo di fondazione) pubblicava, o meglio ripubblicava in seconda edizione, un poderoso volume di 300 pagine scritto da don Antonio Torri (1812-1861), che fu coadiutore di Primaluna per oltre vent’anni e dove riposano ora le sue spoglie mortali. Scopo del libro è quello di sconfiggere la piaga dell’alcolismo, come suggerisce del resto il titolo “Cecco l’imbriacone ovvero il disordine dell’osteria”. Vi è narrata fin dall’infanzia la vita di un contadino della Valle, dal nome di fantasia Cecco, la cui vita resta segnata senza rimedio dal vizio di passare troppo tempo all’osteria. Si racconta ogni particolare: dalle marachelle a scuola ai dispiaceri in famiglia, passando per la prima rissa con relativa prigione, ma soprattutto ai maltrattamenti inflitti a moglie e figli, con scandali e furti in piena regola- L’intento didascalico del romanzo è evidente dai titoli dei capitoli: “Ubriachezza e miseria sono la stessa cosa”, “Considerazione sulle donne all’osteria”, “Il vino sviluppa i caratteri e le passioni”.  

 

L’OSTERIA: “RICETTACOLO DI OGNI MALE”

L’autorità religiosa vedeva nell’osteria il “ricettacolo di ogni male” e giudicava pericolosa per la salute dell’anima la sua frequentazione: nelle osterie si beveva, si giocava d’azzardo (ed era peccato!) e, qualche volta, si sparava.

Ecco qualche esempio tratto dal Carteggio Ufficiale degli Arcivescovi di Milano.

 

1582, feb. 18, Taceno.

Con la presente dimando facoltà di liberare dall’interdetto certi hosti del mio Vic.to che hanno dato ricapito a gente che hanno fatto bagordi in casa sua di crapulare et giocare la quinta dominicha dopo la Epifania ... che hanno giocato la detta festa li sono Pedro hosto, Ambrosio Cersi giocatore ... sono venuti a penitenza e dicono che farano la penitenza che darà S.S. molto Rev.da ... Il cur. di Taceno. (ASDMi, CU, sez. IX, vol.37, q.6, c.3).

 

1583, mag. 16, Margno.

Si ritrova in mia cura Ant.o de Mafeij ostero da me interdetto per haver datto da mangiar a gente che hanno giocato alla balla in giorno di festa, et mentre si faceva la doctrina cristiana ... humilmente dimando di poterlo liberar, come dimando di liberar anco Jacomo Zanebojo per non essersi comunicato alla pascha di reseurretione ... Il cur. di Margno. (ASDMi, CU, sez. IX, vol. 37, q. 19, c. 4).